Trump 2.0: quale possibile impatto sui mercati?

Trump 2.0: quale possibile impatto sui mercati?
Trump 2.0: quale possibile impatto sui mercati?
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Dal punto di vista della politica fiscale, la campagna elettorale ha dato poche indicazioni sulle misure che Trump avrebbe messo in atto, a parte l’abbandono dell’ultima legislazione green americana, tra cui l’Inflation Reduction Act che assegna centinaia di miliardi di dollari sotto forma di sussidi per investimenti rinnovabili. L’ex presidente americano è un fervente oppositore di questa regolamentazione e si batte per la riduzione di questi aiuti così come per l’eliminazione dei vincoli ambientali che gravano sui produttori di petrolio americani.

Inoltre, i tagli alle tasse personali adottati durante la sua presidenza, e che termineranno nel 2025, saranno senza dubbio rinnovati, previa approvazione del Congresso. Se non si tratta di “nuove agevolazioni fiscali”, si eviterà almeno una brusca stretta fiscale. In caso di secondo mandato di Joe Biden, sarà probabilmente proposta una revisione fiscale, che mirerà a tassare di più i più ricchi e ad aumentare nuovamente l’aliquota fiscale sulle società (che era stata abbassata sotto Trump).

Inflazione in aumento

È sul fronte dell’inflazione che le politiche di Trump 2.0 avrebbero senza dubbio i maggiori effetti sull’economia e sui mercati, attraverso due delle sue proposte di punta. Il primo è la restrizione dell’immigrazione. Se oggi il numero delle persone attive nel mercato del lavoro americano aumenta è anche grazie all’immigrazione. Limitare l’immigrazione rischia di aumentare le pressioni inflazionistiche sui salari in alcuni settori di attività.

In secondo luogo, la sua proposta di introdurre tasse di importazione del 10% su tutte le merci che entrano nel territorio americano (ad eccezione dei prodotti cinesi che sarebbero soggetti a una tassa del 60%) è una misura che aumenterebbe l’inflazione importata. Entrambi questi fattori renderebbero più difficile per la Federal Reserve riportare l’inflazione al target del 2%. Le implicazioni per i tassi di interesse sono quindi inequivocabili: se le politiche di Trump portano a un’inflazione più elevata, ciò depone a favore di una politica monetaria statunitense più restrittiva (rispetto a uno scenario di base), con un effetto benefico per il dollaro.

Quando le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti hanno raggiunto il picco nel 2018 e nella prima parte del 2019, il dollaro si è apprezzato, compensando – seppur parzialmente – i costi aggiuntivi sostenuti dagli importatori americani derivanti dalle tasse sulle importazioni. In caso di tasse universali sull’importazione di beni cinesi, la Cina non cercherebbe più di mantenere una certa stabilità del tasso di cambio del renminbi e favorirebbe un deprezzamento della propria valuta per attutire l’effetto negativo delle tasse americane sulle sue società esportatrici.

Limitare l’immigrazione e introdurre tasse sulle importazioni avrà quindi un effetto positivo sul dollaro, almeno finché il presidente non ostacolerà l’indipendenza della banca centrale americana. In effetti, il rischio non è nullo che Donald Trump, se verrà rieletto, eserciti pressioni sui decisori monetari affinché non reagiscano a un possibile aumento dei prezzi. Nel caso in cui l’inflazione aumentasse senza generare una risposta da parte della Fed, il dollaro si deprezzerebbe.

Oro in calo

Dal punto di vista geopolitico, l’ex presidente degli Stati Uniti ha affermato che, se avesse vinto, avrebbe posto fine al conflitto in Ucraina da un giorno all’altro. Ciò avrebbe ripercussioni significative sul prezzo dell’oro che attualmente prevede un premio elevato legato al rischio geopolitico. Se in Ucraina si raggiungesse un accordo di pace, è probabile che il prezzo dell’oro reagisca negativamente a causa della deflazione di questo premio di rischio geopolitico. In effetti, dalla primavera del 2022 il prezzo dell’oro si è disconnesso dalla sua passata relazione inversa con i tassi a lungo americani.

Da allora, il prezzo dell’oro ha raggiunto massimi storici nonostante l’aumento dei tassi di interesse a lungo termine. Oltre a questo fattore geopolitico, altri elementi legati alla domanda possono spiegare il recente aumento del prezzo dell’oro. Tra questi, si segnalano la speculazione dei privati ​​cinesi e l’acquisto di oro da parte delle banche centrali emergenti, e in particolare della Cina, che mira a diversificare l’allocazione delle proprie riserve valutarie a scapito dei buoni del tesoro americani.

Le azioni americane hanno registrato un rialzo

L’ultimo aspetto è l’effetto “Trump” sui mercati azionari. La politica estera di Trump e il suo motto “America First” porteranno probabilmente a una migliore performance del mercato azionario per le azioni statunitensi rispetto a quelle internazionali, a parità di tutte le altre condizioni. La minaccia di lasciare la NATO spingerà gli investitori a richiedere un ulteriore premio di rischio per detenere asset europei, mentre i paesi emergenti subiranno gli effetti dannosi dei dazi doganali.

Tuttavia, è opportuno ricordare che i tagli alle imposte sulle società e sulle famiglie attuati durante il suo primo mandato avevano sostenuto il prezzo delle azioni americane. È dubbio che queste stesse politiche possano essere attuate nuovamente data la fragile situazione fiscale degli Stati Uniti, che è l’eredità dei tagli fiscali passati e della massiccia risposta fiscale durante la pandemia.

In conclusione, se Trump supererà tutti gli ostacoli elettorali che dovrà affrontare, vincerà un secondo mandato e rimarrà fedele alle sue dichiarazioni, le politiche economiche saranno potenzialmente inflazionistiche, il che dovrebbe avvantaggiare il dollaro USA. È probabile che i rendimenti obbligazionari a lungo termine aumentino e la sua politica estera isolazionista sarà probabilmente negativa per la performance dei titoli internazionali rispetto a quelli statunitensi. Detto questo, l’apprezzamento del dollaro e l’aumento dei tassi di interesse statunitensi che deriverebbero dalle sue politiche dovrebbero avere un impatto anche sui titoli azionari statunitensi.

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