L’India conquista il mercato europeo delle motociclette

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La motocicletta Gold Star della Birmingham Small Arms (BSA).

Recentemente reincarnato attraverso il gruppo indiano Mahindra, il marchio BSA coltiva un acuto senso di ricostruzione storica. Il faro della 650 Gold Star è perfettamente rotondo, il serbatoio è perfettamente rastremato, lo scarico si estende orizzontalmente e, come è giusto che sia, le ruote sono a raggi. Sul lato destro si intravede addirittura un finto basamento che suggerisce la presenza di un carburatore, mentre l’iniezione è elettronica. Sul monocilindrico, un altro artefatto suggerisce la presenza di aste bilancieri, altrettanto subliminali.

Per conquistare l’Europa motociclistica, che se la cava abbastanza bene, il gruppo automobilistico Mahindra ha fatto risorgere dalle sue ceneri il marchio inglese Birmingham Small Arms (BSA), che fu il numero uno mondiale delle motociclette negli anni 1950-1960, prima di scomparire corpo e proprietà nel 1973, travolto dall’ondata giapponese. Questo conglomerato, che possiede anche la metà del capitale della Peugeot Motocycles, ora separata dall’omonima casa automobilistica francese, ha riportato in vita anche il vecchio marchio cecoslovacco JAWA.

Questo ritorno, accolto con un po’ di emozione dai motociclisti imbiancati sotto la pettorina, è l’ultimo episodio di una vera e propria offensiva messa in atto dai maggiori costruttori indiani di due ruote, decisi a sfruttare la loro enorme capacità di produzione e il loro know-how per imporre le loro macchine di oltre 125 cm3.

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Per i nuovi arrivati, la ricetta preferita è quella di portare alla luce un marchio storico per mettere insieme un catalogo di motociclette dal toccante look retrò ma dal design perfettamente moderno. Questi gruppi, che già producono motociclette per BMW, Triumph, KTM, Husqvarna e Harley-Davidson, sperano di ridurre l’estrema dipendenza dal loro mercato interno, il più grande del mondo.

Questa offensiva globale, alimentata da bassi costi di produzione ed enormi economie di scala, riecheggia la strategia delle case automobilistiche cinesi. Solo che l’arrivo delle moto indiane non avviene in un contesto di svolta tecnologica perché l’elettrico, nonostante stia avanzando tra le due ruote urbane, difficilmente piace agli appassionati di grandi cilindrate. Inoltre, i produttori cinesi di motociclette (Zontes, Orcal, CFMoto) non hanno ancora impiegato grandi risorse per affermarsi, a differenza dei marchi automobilistici cinesi.

Lancio di numerosi modelli

La Royal Enfield, presente in Europa da circa dieci anni, è un esempio da seguire. L’azienda di Chennai ha aperto la strada, decuplicando la propria produzione in dieci anni. Questo venerabile marchio di motociclette inglesi, che è sotto la bandiera indiana da più di mezzo secolo, ha fatto un notevole passo avanti giocando la carta del classico classicismo.

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