La morte di Mike Ben Peter torna a tormentare la giustizia vodese

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Pubblicato il 1 luglio 2024 alle 16:47 / Modificato il 1 luglio 2024 alle 17:44

Si tratta di un caso molto emozionante quello che questa settimana si presenta davanti al tribunale cantonale di Vaud. Una campagna antidroga che si è trasformata in dramma, riaccendendo lo spettro del profiling razziale e degli arresti eccessivamente pesanti. Il caso Mike Ben Peter, dal nome del nigeriano morto poco dopo essere stato colpito, spruzzato, gettato a terra e ammanettato dagli agenti di polizia di Losanna, contiene tutti gli ingredienti per alimentare la polemica. E l’assoluzione generale, pronunciata in primo grado, ha aggiunto un altro strato a questa indignazione confermando le apprensioni di chi diffida di un sistema giudiziario percepito come troppo frettoloso nel giustificare gli errori della polizia. Questa, in sintesi, è la patata bollente che eredita la Corte Penale d’Appello. Con, come bonus, un nuovo dibattito tra esperti.

Un anno dopo un primo giro molto turbolento, i giochi vengono convocati nella stessa sala di Renens dove è stato predisposto un sistema di sicurezza per contenere possibili eccessi. Tutti ricordano ancora le forti tensioni scaturite dalla sentenza che indussero alcuni partecipanti al processo ad uscire dal fondo per evitare la folla inferocita. A causa del periodo estivo l’affluenza è diminuita, anche se il sostegno e gli slogan non mancano. Una parte che Me Simon Ntah, consulente familiare, lancia senza usare i guanti. L’avvocato evoca il “razzismo sistemico”, “un’indagine fallita” e “giudici che si sono proibiti di pensare”. Con una piccola vittoria di scena: il tribunale, presieduto da Thomas de Montvallon, esaminerà il caso anche sotto il profilo dell’abuso di autorità, oltre che dell’omicidio colposo.

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