Festa Nazionale | L’enorme possibilità che abbiamo di vivere insieme

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Di tanto in tanto, ovunque vada, mi viene chiesto da dove vengo, a quale paese appartengo. Ammetto candidamente di aver cercato a lungo la risposta che soddisfacesse questa curiosità.


Inserito alle 1:41

Aggiornato alle 6:00

A. Huy Pham

Redattore e analista

Nella mia ricerca di appartenenza e identità, sempre in evoluzione e mai completa, spesso ho trovato difficile definire chi fossi. A 35 anni, l’intuizione che gli anni mi portano rafforza ogni giorno la mia certezza che solo una risposta è quella giusta. La mia nazione si festeggia il 24 giugno.

È stata lei a scegliermi 45 anni fa quando Jacques Couture, l’umanista del suo tempo, implorò il suo popolo di aprire le braccia per accogliere con calore e generosità i rifugiati provenienti dall’altra parte del mondo.

Fin dalla mia prima infanzia, l’arrivo del giorno di mezza estate ha evocato in me un sentimento di felicità. Ricordo l’eccitazione degli ultimi giorni di scuola, l’attesa dell’ultima campanella che suonava l’inizio delle vacanze.

Terminati i saluti si è diretti alla piscina comunale, prima di ritrovarsi la sera del 23 nel parco del quartiere.

Il vantaggio di essere cresciuti in una zona multietnica è vedere sfilare colori e accenti di ogni provenienza, dipinti di blu, a celebrare l’enorme possibilità che abbiamo di vivere insieme. Per un momento di serata, le differenze superficiali che solitamente ci separano lasciano il posto alla comunione, alla condivisione e ai sorrisi.

È questo calore che mi spinge a restare. Questo lasciare vivere che raramente troviamo altrove, permettere la libera espressione di sé senza essere giudicati.

Ammiro l’empatia della nostra comunità, che ci spinge immediatamente a essere solidali con gli oppressi. La nostra socialdemocrazia, a volte disprezzata e spesso data per scontata, che apprezziamo infinitamente quando si tratta di aiutarci. Lavoriamo per tutelarlo, modernizzarlo affinché possa continuare il suo ruolo.

Amo la buona volontà del nostro popolo, che concede una seconda possibilità attraverso una generosa rete di sicurezza sociale che offre strumenti per riprendersi. Anche nei giorni più bui ho sempre creduto che fosse possibile rialzarsi.

Ascolta tutte le voci

A parte qualche incidente, raramente mi sono sentito emarginato. Ma la mia fortuna non può essere generalizzata in alcun modo. Dobbiamo ascoltare le voci delle minoranze, le voci invisibili. Ascolta coloro che esprimono la loro sofferenza. Perché ogni voce messa a tacere rende l’intera società meno forte e meno libera.

Non parlo nemmeno di posizioni politiche in balia delle urne. Di questi discorsi che contrappongono gli uni agli altri, che pretendono di parlare con una sola voce a nome di tutti per lasciare, alla fine, una volta passate le urne, i più vulnerabili con le pentole rotte, con la sensazione di essere troppo in questa comunità.

Spesso mi vedevo vivere altrove. Durante diversi viaggi da nord a sud nel paese dei miei antenati per esplorare un luogo dove potevo nascondermi. Nei miei tanti sogni in cui trovavo la felicità a bordo di una barca a vela al largo del Lago di Ginevra, vicino a Coppet, dove Madame de Staël brandiva la sua penna per far tremare gli eserciti.

Ma alla fine di ogni viaggio, per quanto emozionante, mi sento davvero in pace solo una volta sceso a Dorval, dopo aver ritrovato gli accenti familiari della nostra imperfetta, ma amata, Montreal.

Amo la mia nazione, anche se per alcuni non ne farò mai parte. Anche se a volte vengo guardato con sospetto, come una potenziale minaccia. Anche se per molti sarò sempre troppo di questo o poco di quello per essere uno di loro. Dal mio aspetto, dal nome che ho o dal modo in cui pronuncio le parole.

Anche se, per molti, la mia adesione è ancora condizionata, revocabile e costantemente soggetta a test, in cui dovrò dimostrare la mia fedeltà soddisfacendo un elenco di criteri arbitrari come quali programmi guardo, come esercito il mio diritto di voto e quali star conosco. .

Senza offesa per gli spiriti scontenti, intendo trattenermi ancora un po’, fino al giorno in cui il tempo mi chiamerà a passare all’altra vita. Intendo tanto più mettere radici da qui ad allora per lasciare ai futuri cittadini che porteranno il mio nome una nazione che li includa e nella quale fioriscano.

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