FINITUDINE DEL FUOCO – II – Vivere nell’infinito

FINITUDINE DEL FUOCO – II – Vivere nell’infinito
FINITUDINE DEL FUOCO – II – Vivere nell’infinito
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I – Senza scopo

Siamo chiamati a vivere nell’infinito, tale sarebbe la conclusione che si trarrebbe dalla testimonianza precedente. Questa è una rivoluzione completa. Il pensiero dominante ci impone di affermare la finitezza e, nel corso di alcuni secoli, le nostre pratiche lavorano affinché questo pensiero sia confermato dai fatti. Il XX secolo sarà spirituale o non lo sarà, diceva una grande voce. La spiritualità, secondo la concezione che guida i miei scritti, risiedendo interamente nell’apertura all’altro, è completamente assente tra i nostri geopolitici, parlo di quella che chiamiamo élite, la moltitudine non vede altra via che seguirla. Se non ci sarà una rinascita immediata, l’umanità sarà prossima alla decadenza solo alla fine di questo secolo.

Ripresa della lettura La logica della vita di François Jacob, opera semplicemente sfogliata per mettere alla prova la testimonianza, sono colpito dall’importanza che vi riveste l’idea di finalità. Questo perché l’autore rifiuta ancora l’idea di infinito. Lo statuto particolare proprio delle cose è «conferito loro dalla loro origine e dalla loro fine» (p. 320). Ed è proprio perché hanno un’origine che hanno una fine. Avere un’origine non è essere infinito, l’infinito non ha inizio e proprio questo è il motivo, tra un’infinità di altri, per cui non può avere fine.

Pensare l’infinito richiede la capacità di pensare il non-inizio. Non ha senso andare oltre in questo testo finché non ci siamo esercitati a pensarci. Anne Fagot-Largeault, che fa parte dell’élite dei pensatori, inciampò davanti al compito. Tuttavia, dovrebbe essere ben attrezzata per questo poiché è autrice di a Ontologia del diveniree anche se questa ontologia è ancora soltanto un’ontica, va condito ad un ontico non statico, ad un ontico con accenti ontologici (vedi blog post (08/10/2021).

Pensare al non inizio. È perché ci rifiutiamo di fare in modo che ciò che è iniziato possa avere un’origine e una fine, un termine, una storia orientata verso ciò che sarà a questo termine, un orientamento che ci permetta di attribuirgli una finalità, una fine, che non ha più il significato di termine, ma quello di finalità. Questo è il significato del termine fine nella proposizione di F.Jacob appena citata. Allora «il biologo non deve più rifiutarsi di ammettere l’elemento di definitività della sua analisi». Quindi quando si ha a che fare con un qualsiasi organismo vivente è opportuno “fare riferimento sia alla logica della sua organizzazione sia a quella della sua evoluzione”, “senza più dissociare la struttura dal significato” (p. 321). Ma una volta ammessa un’origine inesistente, questo significato non può che essere rifiutato. Si instaura una sorta di circolo vizioso.

Il gioco che sostanza e potere possono tenere, di cui si è già notato il carattere pernicioso, è ben descritto in alcune pagine di La logica della vita che ne rivela il carattere antropomorfico. O, attribuendo questo potere al vivente, la valorizzazione del vivente porta allora a prolungare la sua ricerca «verso l’infinito di un’intelligenza sovrana o, al contrario, a trasferire su tutte le forme viventi alcune delle qualità proprie dell’uomo» (p. 46). Lo “spiritualismo o materialismo puro” offre risposte che, con la loro irriducibile opposizione e la loro evidente sterilità, si condannano. O l’attribuzione della produzione degli esseri “a una Psiche” richiede di scoprire un potere con cui identificare lo scopo desiderato, e siamo ricondotti al vitalismo (p. 102).

Nessun disegno può evitare la designazione di un potere. Basata su un’entità allo stesso tempo materiale e immateriale, fisica e spirituale, una potenza liberatrice (vedi blog post del 15 maggio 2021), l’ontologia proposta può vantare solide argomentazioni e offrire reali prospettive per il futuro. L’infinito apre un campo così aperto alle nostre libertà che esse non hanno bisogno di scopi da esercitare se non la realizzazione di se stesse.

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Un risultato. La parola mi si addice. Se la varietà del mondo vivente «si fonda sulla combinatoria di poche specie molecolari» allora sì «il vitalismo ha perso ogni funzione» (320). Ma questa combinazione obbedisce ad una legge, preferiamo dire che è animata da una potenza, e per noi è una sola, la libertà. È allora che il fisico Jacob, affiancato da Monod, parteciperà, con il permesso di Borg, agli esperimenti condotti dai biologi per sconfiggere la teoria dei vantaggi acquisiti. Un sacco di disordine. Sì, cara Cynthia, l’adempimento richiede l’abolizione.

F.Jacob si fermò ai vivi. La libertà apre una terza era. Dopo quello della materia inerte e quello dei viventi, quello del fisico e dello spirito insieme. L’opposizione di riduzionisti ed evoluzionisti (p. 14/15) muore di fronte all’evidenza di un terzo “atteggiamento”, un lasciare essere che, a differenza di quello di Tristan Garcia, permette all’essere di avere tutta la sua portata.

II – Favola: La Donna Teleologica

Una favola, nata da una fantasia verbale, provocata essa stessa da questo modo astuto che ha l’ex fisico Jacob di parlare del biologo: “Per molto tempo il biologo si trovò di fronte alla teleologia come ad una donna dalla quale non poteva uscire senza …. » (pag. 17). È anche un modo per parlare dell’impossibilità di trovare, nel tempo del mondo, uno scopo soddisfacente e soprattutto dichiarato quando ne sentiamo il bisogno. Quindi stiamo parlando di un programma.

La donna, cioè l’amore per l’uomo, non era nel programma. Nel blog la parola non è mai apparsa. Probabilmente non era ancora il momento. Qui è inscritto come la ricerca suprema, la promessa sublime di due libertà, di due soggettività pienamente liberate che vivono unite l’una all’altra per sempre senza alienarsi in alcun modo.

Uno sempre da meditare, da contemplare, e che sembrerà breve. Senza inizio, senza preliminari, si riconoscevano emergenti dall’alba dei tempi per entrare nell’unica luce del loro amore, sempre, per contemplarsi, per parlarsi, per unirsi, per abbracciare il mondo, la moltitudine.

III – Durata

L’ora mondiale è la durata. Può dare origine a una storia, a delle storie. Il tempo della natura è perpetuo, è Storia. Dovrei leggere Ricoeur per farmi un’idea di cosa significhi la parola Storia.

Capitolo III del La logica della vita tratta ampiamente del tempo (p. 146/195). Questa è ovviamente l’ora mondiale. Secondo Jacob questo risale solo al XVIII secolo. Prima di questo secolo fu, tenterò di dire una parola, un indefinito. Ha poi forgiato una memoria della catena monotona e noiosa delle generazioni successive e la terra ha avuto una storia, quella delle catastrofi che si sono riversate e alla fine l’hanno arricchita. Un presente più complesso lascia intravedere un futuro sconosciuto e sempre, secondo la sfortunata inclinazione della sua mente di scaffale, si stabilisce una gerarchia vedendo inferiorità dove ci sono contributi, questi pagati solo da ritorni negativi provenienti da se stessi che dicono superiorità, distanza dove si mantiene la cugina, la disuguaglianza dove essere incomparabili significa anche qualità unica, la competizione dove ogni entità contribuisce all’armonia dell’insieme. La dedizione alla sopravvivenza di chi è imperfetto merita il riconoscimento di chi, beneficiando di ciò che chiamiamo miglioramento, è ancora lungi dall’essere perfetto, è solo un collegamento.

Prima di Darwin regnava ancora una certa garanzia di armonia. Con Darwin (p. 170) subentra la contingenza. Evento felice per la concezione che propongo, lì trova posto la libertà, le variazioni genetiche che governano l’evoluzione sono libere (171). Ma, purtroppo, non ha il ruolo guida conferitogli dall’ontologia compiuta che pone il motore dell’essere-libertà al centro del divenire. Da ciò derivano due conseguenze cruciali.

Da un lato, l’attribuzione all’evoluzione di un effetto reversibile che avrebbe fatto sì che la selezione naturale dei più uniti trionfasse sui più forti non è sufficientemente dimostrata affinché la solidarietà possa trovarvi il solido fondamento che le apporta l’ontologia compiuta . La contingenza gioca quindi un ruolo cruciale nel progresso sociale.

D’altra parte, la partecipazione della forza liberatrice all’essere si spiega con la parte importante dell’elemento spirituale che lo costituisce. È quindi particolarmente abile nel superare l’entropia e nel dare ragione all’infinito. Può essere considerato inesauribile. Porta l’infinito dentro di sé.

Solo la scienza può dirci se la vittoria sull’entropia è possibile. Non vedo che la mia filosofia possa essere vera se, su questo punto, la scienza la contraddice e se per superarla deve usare mezzi che non riequilibrano nell’uomo, a favore dello spirito, dell’apertura all’altro, una bestialità che in l’animale è la natura e ciò che in lui è deviazione.

La negentropia presenta grandi vantaggi.

IV -Unificare i tempi

Nel punto in cui lo avevamo lasciato, pagina 171, il libro di Jacob riprende, dopo la contingenza, un altro tema, quello di questi due tempi che dividevano lo spazio, quello degli esseri e quello della terra. “Nel XIX secolo può esserci solo un tempo…” (172). Ora nel 21° secolo abbiamo trovato due spazi e due tempi. Il tempo del mondo si abbevera nel macroscopico, il tempo della natura si fa frugale per penetrare nel microscopico, molto riflessivo per abbeverarsi alle radici del mondo sensibile.

Vivere entrambi i tempi sarà senza dubbio comodo quando la moltitudine avrà accesso al secondo. È imperativo impregnare gradualmente i primi con le certezze tratte dai secondi. Che l’adesione all’ontologia presentata possa superare l’abisso di diffidenza e di scetticismo scavato da secoli di fiducia accordata a religioni attraenti o a teorie brillanti costituisce un’attesa impaziente ma sicura, preoccupata ma serena.

Lo faccio semplicemente notare Le tempo del mondo F. Wolff ci rinchiude in uno spazio chiuso in cui non sorprende constatare che una deriva di destra si sta impossessando di questo mondo. L’autore, però, cita quest’altro tempo, il tempo della natura, di cui dà una definizione ma che abbandona, per essere padrone nel suo mondo angusto ed evitare gli spazi immensi aperti dal tempo della natura, troppo vertiginoso . senza dubbio.

Accogliamo l’augurio di questi spazi, opponiamo apertura a chiusura, e lasciamo che tutti coloro, la moltitudine spero, che hanno ancora almeno un embrione di ali, le spieghino per costruire questi domani che già cantano questa luce che può ancora essere visto.

Ribadisco quello che ci ha detto Hannah Arendt: che un pensiero fermo ci libera dal male e rafforza la nostra volontà.

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