I falsi principi di ieri saranno i veri mendicanti di domani? – Nicolas Trifon –

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Nonostante la partecipazione attiva di alcuni settori della popolazione, laddove le circostanze lo hanno permesso o richiesto, il colpo di stato del 22 dicembre 1989 può essere definito popolare. Ha subito ottenuto il freddo ma reale consenso della maggior parte dei dirigenti statali e di partito – quelli che avevano preso coscienza della natura sempre più insostenibile della “formula Ceausescu” – e ha scatenato l’entusiasmo di quanti, numerosi, aspettavano la minima occasione agire e porre fine a un regime malvagio. A questa unanimità, rafforzata dal sostegno affrettato dei sostenitori del nuovo ordine internazionale preoccupati per gli effetti di un vuoto di potere prolungato e talvolta manipolato in un paese orientale, seguì il progressivo disincanto di molti primi sostenitori (che animerà successivamente il radicale ma inefficace protesta contro il nuovo potere) e il forte ritorno negli affari del Paese di chi aveva seguito il cambiamento per non riuscire ad aggrapparsi ad un’altra soluzione. Tra questi due poli, la massa della popolazione non ha mancato, dopo aver inizialmente nutrito qualche speranza, di riscoprire l’antica indifferenza, unico atteggiamento concepibile in una logica di sopravvivenza. La novità è che questa indifferenza sarà messa alla prova.

Il merito innegabile del colpo di stato del 22 dicembre è stato quello di aver sbloccato la situazione. Ha consentito, da un giorno all’altro, per non dire provocato, il manifestarsi in pieno giorno di un doppio processo. Da un lato, un processo di liberazione. Nonostante i suoi evidenti limiti, dovuti essenzialmente al fatto che questo processo è stato consecutivo e, per molti aspetti, consustanziale non con una rivoluzione sociale ma con un Termidoro comunista, possiamo parlare di liberazione nella misura in cui questo processo si traduce per molti con un consapevolezza improvvisa della propria condizione, del proprio potere, dei propri interessi, delle proprie possibilità. I risultati ottenuti in questo settore in cui, bisogna ammetterlo, c’è ancora molto da fare possono ora essere considerati inevitabili e irreversibili.

D’altra parte, il colpo di stato del 22 dicembre ha provocato un processo di decomposizione-ricomposizione della società rumena in generale e del movimento operaio in particolare. L’indipendenza romena, che aveva dato le sue lettere di nobiltà, all’interno e all’estero, al comunismo nazionale di Ceausescu, aveva come controparte, sul piano sociale, l’autoritarismo più assoluto e, di conseguenza, sul piano economico, l’isolazionismo. . Lo sfilacciamento del tessuto sociale, basato sul clientelismo, sulla corruzione, sul ripiegamento su se stessi e sui riflessi difensivi, nonché il crollo delle strutture economiche del paese, completamente in disaccordo con l’economia mondiale, erano allora inevitabili all’indomani di dicembre 22. Tuttavia da quel giorno sono vistosamente assenti progetti e programmi socio-economici che potessero portare ad una ricomposizione sia del tessuto sociale che delle strutture economiche. L’eredità del regime comunista e il contesto economico internazionale sfavorevole non spiegano tutto. Il dramma della Romania dopo Ceausescu non consiste soltanto nella sproporzione tra i danni di una decomposizione accelerata e l’assenza di un progetto coerente e credibile di ricomposizione del campo socioeconomico. In misura minore, anche altri paesi dell’Est stanno sperimentando questo fenomeno. Il dramma della Romania, un paese che non ha conosciuto in passato massicce proteste antiburocratiche e anticomuniste come l’Ungheria, la Polonia o la Cecoslovacchia, e dove le reti di resistenza alla vigilia del rovesciamento di Ceausescu erano piuttosto simboliche, deriva soprattutto dalla disconnessione quasi istantanea tra il processo di liberazione e quello di scomposizione-ricomposizione socio-economica. Mantenendo abilmente l’illusione di una rivoluzione, cercando con tutti i mezzi di impedirla, il potere risultante dal colpo di stato è riuscito a mascherare questo declino, condizione della sua sopravvivenza.

La situazione dell’attuale configurazione politica, sindacale e associativa rumena riflette la capacità e la volontà, manifestata dalle sue diverse componenti, di posizionarsi in relazione al processo di decomposizione-ricomposizione della società rumena. La forza del Fronte di Salvezza Nazionale e dei suoi innumerevoli relè istituzionali (dalla Confederazione Nazionale dei Sindacati della Romania, erede dei vecchi sindacati ufficiali, alla televisione e alla maggior parte dei quotidiani nazionali, comprese le più diverse associazioni di massa parastatali) è di aver saputo accompagnare la decomposizione, presentandosi come un possibile ricorso agli occhi delle sue potenziali vittime, senza tuttavia opporsi a questa decomposizione di cui non nega né il carattere inevitabile né la necessità. La sottile dialettica tra il populismo autoritario di un Iliescu e l’altrettanto cinico e incoerente riformismo di un romano, su cui poggia l’attuale potere, si è infatti tradotta piuttosto in un ritorno, rivisto e corretto, ai tempi della perestrojka, all’ordine, o meglio al disordine organizzato, del vecchio regime che allo sviluppo e all’attuazione di un programma di rinnovamento socio-economico. Scarsamente radicati sul terreno, i partiti politici dell’opposizione sono troppo preoccupati di conservare il poco potere concesso loro dal Fronte per proporre un’alternativa politica seria. Nonostante le incoraggianti aperture che hanno saputo dimostrare nell’ambito della ricomposizione, le confederazioni rappresentative del sindacalismo indipendente (la confederazione “Fratia”, il cartello “Alfa” e l’Alleanza intersindacale di Brasov) stanno infatti mostrando preoccupazione prima di tutto di limitare i danni della decomposizione, molto sentiti dai loro membri. I diversi gruppi, movimenti e personalità dell’opposizione civile ed extraparlamentare pongono immediatamente un prerequisito morale per la ricomposizione socio-economica del Paese: l’estromissione politica dei responsabili del vecchio regime. Ma non sono riusciti a dotarsi dei mezzi per innescare o catturare una dinamica sociale capace di raggiungere i loro obiettivi. La creazione, all’inizio di novembre 1990, dell’Alleanza Civica non sembra aver invertito la tendenza.

Questa dolorosa decomposizione sullo sfondo di un’improbabile ricomposizione ha provocato uno sconvolgimento senza precedenti nella classe operaia, uno sconvolgimento le cui devastazioni si sono fatte sentire durante tutto il 1990. In effetti, la necessità di dare lavoro e l’imminenza di riqualificazioni e di licenziamenti massicci, sono emerse instancabilmente durante in tutti questi mesi nei dibattiti che riguardano direttamente o indirettamente la ricostruzione del Paese. Solo dopo le elezioni del 20 maggio sono comparsi la disoccupazione tecnica e i licenziamenti, senza che tali misure fossero accompagnate da importanti riforme economiche. Ma la minaccia di questa precarietà pesava già da tempo sulla condizione dei lavoratori. E alla fine sono stati proprio coloro che hanno drammatizzato eccessivamente la situazione ad approfittarne, con il pretesto di tutelare lo status di lavoratore. Le competenze del Fronte su questo punto si sono rivelate formidabili fin dall’inizio. Sarebbe sbagliato vedere negli innumerevoli appelli ai lavoratori, nelle esortazioni al lavoro, negli omaggi agli operai, che hanno punteggiato la stampa del Fronte e degli ex sindacati autoproclamati “liberi” a partire dal giorno dopo il 22 dicembre, come semplici cliché ormai superati. I luoghi comuni del linguaggio ligneo – non è indifferente notare che si conservavano solo sulla questione del lavoro – non erano destinati esclusivamente a trattare la transizione e tutto lascia pensare che probabilmente abbiano avuto, per una volta, un impatto reale. Ma era anche che la questione era più precisa. Si trattava di recuperare, a tutti i costi, e di vigilare su coloro sui quali gli ex dirigenti comunisti convertiti hanno sempre basato il loro potere.

Appena usciti dall’incubo della dittatura del proletariato, gli operai rumeni si sono trovati di fronte a questa sorprendente alternativa: o aggrapparsi ai loro scarti di falsi principi di cui si erano adornati durante decenni di comunismo, per negoziare al meglio la loro minacciata status, oppure correre il rischio, che nel clima di escalation emotiva di questo periodo sembrava inevitabile, di diventare dei veri e propri mendicanti, gli emarginati di un nuovo sistema in cui non avevano più il loro posto. Chiaramente la prima prospettiva sembrava preferibile alla seconda. Approfittando dell’ingenuità o dell’incoscienza dei suoi avversari, non esitando a ricorrere alla calunnia se necessario, il FSN ha saputo attribuire ai partiti dell’opposizione la responsabilità dell’apocalisse annunciata. Il resto lo sappiamo: l’operazione ha portato al trionfo del FSN alle elezioni del 20 maggio.

Le sollevazioni orwelliane (istigate e supervisionate, certo, dal Fronte ma con il tacito accordo di alcuni settori di lavoratori e, soprattutto, senza incontrare significative resistenze nella maggior parte di essi), inaugurate dal famoso “Noi muncim, nu gîndim!” [nous travaillons, nous ne pensons pas] intonati dai sostenitori del Fronte all’inizio dell’anno, costituiscono il grottesco epifenomeno della cattiva scelta a cui sono stati costretti i lavoratori rumeni. Questa cattiva scelta – ma è una scelta? — non mancheranno di mettere a repentaglio l’efficacia delle azioni future che intraprenderanno rispetto alle minacce reali che gravano sul loro status, sul loro impiego o anche sulle loro qualifiche. In effetti, l’incursione punitiva a Bucarest da parte dei minatori contro i presunti agenti dei disordini politici (i manifestanti di piazza dell’Università) ed economici (gli zingari) nel paese, il 13, 14 e 15 giugno, è stata la più spettacolare ma anche l’ultima esibizione il grande palcoscenico politico al quale i lavoratori saranno stati invitati.

Le misure draconiane del governo Petre Roman, soprattutto in materia di prezzi, non lasceranno nemmeno il tempo di disillusi molti di coloro che si sono lasciati sedurre dal Fronte, che hanno votato e agito a suo favore. [1]. La seconda metà del primo anno della rivoluzione rumena porterà una sanguinosa negazione delle illusioni che molti lavoratori avevano potuto nutrire, in mancanza di meglio, all’inizio. D’altro canto, le minacce inizialmente temute diventeranno più chiare. Abbandonati all’improvviso, dopo essere stati pazientemente conquistati dal Fronte, i lavoratori dovranno ora affrontarlo. Chi si crede preso è preso, potremmo dire del Fronte che oggi si trova vittima di un’operazione che esso stesso aveva organizzato. Dovremmo ancora ricordare che, nell’Europa sudorientale, confrontarsi con il potere non è facile…

La moltiplicazione senza precedenti negli altri paesi dell’Est di scioperi sul doppio fronte, economico e politico, dall’inizio dell’anno scolastico 1990 ha dimostrato l’esistenza di una reale determinazione dei lavoratori e la loro capacità di esercitare un’effettiva pressione sociale sul governo. Sebbene abbiano seriamente compromesso il programma di riforma di Roman, la cui unica parte concreta agli occhi della popolazione resta l’aumento dei prezzi, queste interruzioni del lavoro non hanno portato ad uno sciopero generale come ci si sarebbe potuto aspettare, né hanno favorito l’emergere di un’alternativa progetto di rinnovamento socio-economico. Ma qui siamo di fronte ad una dinamica che non ha ancora detto l’ultima parola e che potrebbe riservarci qualche sorpresa nei mesi a venire.

Gli operai rumeni del 1990 hanno poco a che vedere con gli operai polacchi del 1980. Questi ultimi, che da allora sono cambiati, hanno aperto un ciclo di protesta e opposizione operaia all’interno del blocco dei paesi del cosiddetto socialismo reale, oggi scoppiato, per cui il comportamento contraddittorio dei lavoratori rumeni sembra aver posto bruscamente fine. E, tuttavia, è dall’atteggiamento di questi lavoratori – esibiti e respinti, a loro volta, dalle grandi frazioni rivali dell’intellighenzia rumena raggruppate oggi attorno al Fronte e nei microcosmi dell’opposizione e della protesta – che dipende in gran parte la soluzione. all’attuale crisi in Romania. Ci è sembrato quindi importante fornire al lettore una panoramica della pesantezza e delle ambiguità che caratterizzano la realtà operaia rumena attraverso alcuni testi tradotti dalla stampa indipendente.

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