Ti senti stanco al lavoro?

Ti senti stanco al lavoro?
Ti senti stanco al lavoro?
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Se la fatica sul lavoro è una sensazione ampiamente condivisa, la cultura della prestazione non le è estranea. Come trovare l’energia alla tua portata che può curare la fatica professionale? Le risposte di Pierre d’Elbée, filosofo e consulente, autore di “Di fronte ai colpi del destino” (Artège).

Chi non si lamenta oggi di essere stanco? Il post-Covid, la fine dell’inverno, il freddo, i trasporti, il lavoro, lo stress, la mancanza di sonno… l’elenco è lungo di tutti questi fastidi quotidiani che prosciugano le nostre energie personali e professionali. La sensazione di essere molestati è ampiamente condivisa, i compiti difficili sono innumerevoli, al punto che una vita “normale” sembra sfuggire a molti di noi. Ipsos ci fornisce dati impressionanti: il 47% dei francesi ha dovuto affrontare recentemente un affaticamento persistente che dura da una a diverse settimane e il 27% in diverse occasioni. Le donne, i giovani e i lavoratori autonomi sono i più colpiti. Il fenomeno non è solo francese: “Un adulto su cinque nel mondo avverte già da più di sei mesi un calo di energia senza alcuna patologia di fondo”, nota il quotidiano Gli echi ; sono state effettuate ricerche che individuano cause virali (Covid, influenza), stagionali (d’inverno dormiamo mezz’ora in più che d’estate) ecc. Ma la stanchezza non è solo una questione di salute, di igiene o di lavoro extra: è un indicatore della nostra società moderna, e se ci sentiamo più stanchi di prima, è segno di un rapporto con il mondo che sta cambiando.

Un effetto della cultura della performance

Il tema però non è nuovo: molti osservatori hanno percepito un legame tra modernità e stanchezza. Se non altro il sociologo Alain Ehrenberg con il suo famoso saggioFatica di essere te stesso (Odile Jacob, 1998): non possiamo più nasconderci dietro uno standard; per essere riconosciuti bisogna mobilitare generosamente le proprie risorse personali di energia, responsabilità, iniziativa… fino all’esaurimento. Nel suo libro La società della fatica(2011), il filosofo tedesco Byung-Chul Han collega la fatica alla nostra pervasiva cultura della performance. Al di là dell’orario di lavoro, si insinua nella nostra vita quotidiana, e la sua richiesta – sempre presente – ci impedisce di rilassarci, riposarci e perfino di dormire.

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Affrontare l’impossibile ci esaurisce

Dalla stanchezza(Ed. de Minuit, 1996), questo libro profondo del poeta e filosofo Jean-Louis Chrétien ci offre molte chiavi per affrontare l’argomento. Ne prendiamo spunto qui: parliamo innanzitutto della stanchezza causata dalla permacrisi, di questo panorama mediatico che ci immerge in un flusso ininterrotto di cattive notizie. La fatica esistenziale nasce dalla paura che un futuro desiderabile sia impossibile.

Se non c’è più uno spiraglio aperto su un futuro possibile, ci sentiamo stanchi ancor prima di aver combattuto una battaglia.

La nostra energia vitale si esprime tanto meglio quando risponde a una richiesta concreta e accessibile: se non c’è più uno spiraglio aperto su un futuro possibile, ci sentiamo stanchi ancor prima di aver combattuto una battaglia. La nostra società è stremata dalla mancanza di buone ragioni per sperare. al contrariola convinzione che un futuro desiderabile sia possibile, aumenta l’energia e assorbe la fatica.

La noia prosciuga la nostra energia

Una professione esercitata per troppo tempo, l’usura del tempo, la ripetizione senza novità né scoperte, sono esperienze estenuanti. La stanchezza ci prende e ci divora. La noia corrode l’anima con il vuoto, l’inutilità, lo scoraggiamento. Non vogliamo più nulla, non sappiamo più cosa fare per uscire da questo torpore, la depressione è vicina, con la terribile sensazione di non essere niente o poco. Spesso esprimiamo questa terribile inerzia con l’espressione inequivocabile “Sono morto”. Il primo rimedio spesso si trova nella distrazione o meglio, nel violino Ingres, nell’hobby, in questa attività extralavorativa che affascina e compensa la noia di lavoro di merda. Un rimedio più radicale è il cambiamento che osiamo avviare, un cambiamento di ambiente o nuovi incontri, che finalmente aprono nuovi orizzonti.

La contemplazione “allevia la fatica”

La filosofia greca presentava la contemplazione come il vero riposo dell’anima perché la nutre, la riempie di gioia e richiede poco sforzo rispetto all’azione, che richiede un investimento del corpo. La contemplazione in un certo senso ci rilassa, non solo perché rasenta l’assenza di sforzo, ma perché il suo oggetto ci attrae, gioiamo nell’accoglierla, nel farla nostra o nel contemplarla. L’esperienza estetica è una forma comune: una canzone ci cattura, un dipinto ci stupisce, un monumento ci affascina, un paesaggio ci delizia… Ma non è l’unica. Anche il mondo del lavoro ha la sua parte di contemplazione. Prendiamo ad esempio la visione, questo semplice sguardo che costituisce il filo conduttore della nostra attività professionale, cioè la ragione soggiacente a tutti i nostri compiti, che dà loro senso e unità. Senza questo scopo rischiamo di vedere la nostra energia dispersa fino all’esaurimento. Contemplare è senza dubbio una forma di saggezza da riscoprire all’interno delle nostre attività.

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