La maldicenza, un’abitudine dannosa

La maldicenza, un’abitudine dannosa
La maldicenza, un’abitudine dannosa
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La maldicenza, un’abitudine dannosa

Jean-René Moret – Fisico e pastore

Pubblicato oggi alle 08:12

È forte la tentazione di dire cose cattive. Passa il tempo durante la pausa caffè. I dipendenti calunniano il capo, gli studenti il ​​professore. Prendiamo in giro chi non è al passo con i tempi, il goffo, il mal vestito. Ci prendiamo gioco dei leader e dei seguaci, critichiamo i malfattori così come i moralisti. C’è da dire che è facile. Il calunniatore mette naturalmente dalla sua parte coloro che ridono, mentre la lode fa ridere solo quando non ha successo, per non parlare del fatto che la lode viene rapidamente vista come servilismo.

Diffamare significa anche prendere il sopravvento sulla vittima. Noi siamo migliori di lei, perché abbiamo saputo trovare il punto debole, perché ovviamente non siamo come lei. Funziona sia quando ci sentiamo superiori sia quando temiamo di essere inferiori. Affermo la mia superiorità oppure sminuisco la superiorità che l’altro potrebbe avere. E poiché nessuno è perfetto su questa Terra, troveremo sempre qualcosa da calunniare, nessun rischio di rimanere senza argomento!

“Le parole hanno un peso e si accumulano nel subconscio, che ci piaccia o no.”

Tuttavia, la maldicenza non è priva di pericoli. Naturalmente si corre il rischio di calunniare, di abbellire o meglio deturpare la realtà per ravvivare un po’ la critica. Anche quando la maldicenza rimane puro rispetto dei fatti, crea un’atmosfera tossica. Ci spinge a concentrarci sui difetti dei nostri vicini e a scoprire di più su di loro per alimentare la conversazione. Poiché la funzione crea l’organo, la nostra capacità di vedere il bene sarà compromessa e la nostra capacità di vedere il male sarà esacerbata. Pensando in modo negativo alle nostre relazioni, ci sarà più difficile amarle e più facile arrabbiarci con esse.

Inoltre, in un clima di maldicenza, non appena gli si voltano le spalle, chiunque può sospettare che gli altri si divertano e chiedersi: “Che cosa troveranno da dire su di me?” La paura del ridicolo minerà la spontaneità e la fiducia in se stessi. La maldicenza finisce così per togliergli anche quella spinta di autostima che sembrava portare. E non illudiamoci che la calunnia non avrebbe conseguenze purché detta in tono scherzoso, che non la prenderemmo sul serio. Le parole hanno un peso e si accumulano nel subconscio, che ci piaccia o no.

C’è quindi tutto da guadagnare rinunciando alle calunnie, individualmente e collettivamente. Non lusingando le persone con complimenti falsi, non fingendo che tutti siano gentili e perfetti. Ma evidenziando le vere qualità degli altri, cosa fanno bene, cosa sono degni di imitazione. E dedicando ai loro lati negativi l’attenzione necessaria, ma non di più. Sottolineiamo solo che questa critica alla calunnia non esclude in alcun modo la denuncia alle autorità di comportamenti delinquenti o criminali.

Inezie

La maldicenza spesso riguarda banalità che non hanno bisogno di essere sollevate. Per un difetto un po’ più grave, secondo me l’approccio migliore è quello di Gesù: andare prima a parlarne faccia a faccia con l’interessato, con gentilezza. Si tratta di offrire l’opportunità di cambiare, per il bene di tutti, invece di far ridere o arrabbiare le persone a spese degli altri.

Quindi, la maldicenza è un’abitudine facile con conseguenze dannose. Si può paragonare alle sigarette: fa apparire “figo”, ma crea dipendenza, e ha ripercussioni dannose sia per chi la pratica attivamente, sia per chi ne soffre o la consuma passivamente. E se provassimo a creare zone libere dai pettegolezzi?

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