Il direttore della prigione è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il giorno del referendum sulla sicurezza

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Il presidente ecuadoriano Daniel Noboa partecipa al referendum sulle misure di sicurezza per combattere la violenza nel paese, a Quito, il 21 aprile 2024. PRESIDENZA ECUADOREA / VIA REUTERS

In Ecuador, il direttore di un carcere è stato ucciso domenica 21 aprile, nel bel mezzo di un referendum nazionale volto a inasprire la lotta contro il traffico di droga e i gruppi criminali. Il direttore del penitenziario n.4 di Manabi, nell’ovest del Paese “è stato vittima di un attentato, che purtroppo ha provocato la sua morte”, ha dichiarato l’amministrazione penitenziaria in un comunicato stampa. L’uomo è stato ucciso da aggressori sconosciuti mentre era seduto in un ristorante.

L’Ecuador, afflitto dal traffico di droga e dalla corruzione, divenuto la principale piattaforma per l’esportazione della cocaina prodotta nei vicini Colombia e Perù, sta affrontando da metà gennaio una grave crisi di sicurezza causata dalle bande criminali. Uno degli epicentri di questa crisi è il sistema carcerario, teatro di ricorrenti massacri e lotte di potere da parte di gruppi criminali, di cui il governo sta cercando di riprendere il controllo.

L’esercito ha riferito domenica sera di una rivolta in un carcere della regione di Quevedo (sud-ovest), durante la quale sono rimasti feriti quattro prigionieri.

Il presidente Daniel Noboa, eletto a novembre per diciotto mesi e che dovrebbe ripresentarsi nel 2025, ha dichiarato il Paese in “conflitto armato interno” e ha schierato l’esercito per neutralizzare una ventina di questi gruppi. Da allora sono stati assassinati quasi quindici politici, sindaci, funzionari locali e persino pubblici ministeri. Venerdì un nuovo sindaco è stato ucciso a colpi di arma da fuoco.

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Sono venuti più di sette elettori su dieci

In questo contesto, circa 13,6 milioni di elettori sono stati chiamati domenica a votare su diverse misure destinate a combattere la criminalità, rispondendo sì o no alle undici domande poste dal presidente Noboa. Secondo l’autorità elettorale (CNE), il 72% degli elettori ecuadoriani si è recato alle urne.

Per quanto riguarda le principali proposte di questa consultazione, la grande maggioranza degli elettori ha approvato l’estradizione dei cittadini ecuadoriani legati alla criminalità organizzata, in particolare verso gli Stati Uniti, misura particolarmente temuta dai “narcos”. Il “sì” ha vinto con il 65% dei voti, contro il 35% del “no”, ha precisato il CNE in una conferenza stampa.

Le principali proposte di questa consultazione avevano lo scopo di definire “La politica dello Stato (…) contro la violenza, la criminalità organizzata, la lotta alla corruzione »secondo il Capo dello Stato, come il provvedimento sull’estradizione. “Abbiamo difeso il Paese, ora avremo più strumenti per combattere la criminalità e riportare la pace nelle famiglie ecuadoriane”ha reagito Daniel Noboa sui social network, prima di denunciare a “trionfo” quando verrà annunciato il risultato ufficiale.

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Gli ecuadoriani si sono pronunciati anche sulla partecipazione dell’esercito al controllo degli armamenti, sull’aumento delle pene per i reati legati alla criminalità organizzata e sulla possibilità per le forze di sicurezza di utilizzare armi sequestrate.

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Su tutte queste questioni di sicurezza, gli elettori hanno sostenuto le richieste del presidente Noboa, mostrando nove “sì” alle undici richieste del signor Noboa, secondo il conteggio del CNE.

Le due proposte respinte riguardano la formalizzazione del lavoro retribuito a ore – misura fortemente criticata da sindacati e organizzazioni indigene – e il riconoscimento dell’arbitrato internazionale per risolvere le controversie in materia di investimenti e commercio. Su quest’ultimo tema, l’Ecuador ha posto fine ai trattati bilaterali e si è ritirato dagli organi arbitrali sotto il governo dell’ex presidente socialista Rafael Correa (2007-2017), ora oppositore in esilio dopo la sua condanna per corruzione.

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Tempesta diplomatica

Questo referendum si è svolto in un contesto particolarmente complesso per il Paese. Oltre alla sfida alla sicurezza, dall’inizio di aprile l’Ecuador vive una tempesta diplomatica, causata dall’assalto della polizia all’ambasciata messicana a Quito, con l’obiettivo di catturare l’ex vicepresidente di Rafael Correa, Jorge Glas ( 2013-2017), indagato per corruzione.

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Nonostante un’immagine offuscata all’estero, il signor Noboa, 36 anni, dice di non averne ” nessun rimpianto “ riguardo a questo raid, che costò al Paese un processo – ancora in corso – davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), una condanna internazionale e fece arrabbiare i governi di sinistra dell’America Latina.

A livello nazionale l’emergenza del momento è quella energetica, con un severo razionamento dell’energia elettrica (fino a tredici ore al giorno) e una revisione d’emergenza degli impianti idroelettrici. Conseguenza della siccità, del fenomeno El Niño, ma anche di una cattiva gestione amministrativa, per ammissione delle stesse autorità, questa carenza di elettricità sarebbe anche la conseguenza di “sabotaggio”, secondo il presidente Noboa, legati ai suoi nemici politici. Venerdì un decreto presidenziale ha ordinato la mobilitazione della polizia e dell’esercito “garantire la sicurezza delle infrastrutture energetiche”.

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Il mondo con l’AFP

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