Rachel M. Cholz, Rémi Baille, Artem Chapeye… – Libération

Rachel M. Cholz, Rémi Baille, Artem Chapeye… – Libération
Rachel M. Cholz, Rémi Baille, Artem Chapeye… – Libération
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Romanzi

Rachel M.Cholz, Tubatura

Soglia, 224 pp., €19.

Un’orgia di sensi e di essenza. La narratrice intraprende una deriva urbana il giorno in cui incontra Alix, un ragazzo che di giorno mendica al crocevia di Bruxelles, rischiando la vita, e di notte esplora i cantieri. Prende quello che chiama “quello timido” nel traffico di diesel. Invece delle auto, prelevano i serbatoi dagli escavatori, macchine del genere, scambiando cinque o sei lattine per poche decine di euro. Se ci sono poliziotti in giro, Alix svuota discretamente il carico nei tombini. Un giorno, ha un piano d’oro. Ha scoperto il percorso di un oleodotto. Toglierne una parte, scavare un buco nel cilindro, installare un rubinetto: un gioco da ragazzi. Centinaia di euro, presto migliaia finiscono nelle loro tasche. I complici necessari sono sempre meno amichevoli, non diventerà pericoloso? Ubriaco di vari vapori, navigando di albergo in albergo, il narratore si abbandona al gioco senza perdere completamente l’orientamento. “È da una settimana che mi sento notturno. La luce del giorno fissata nelle mie tempie brucia l’interno della mia cornea come un arco elettrico”. Primo romanzo. Cl.D.

Remi Baille, I figli del torrente

Il rumore del mondo, 176 pp., €19.

L’incontro tra i due uomini è di mattina presto. Uno in abito da marinaio si porta a distanza di un braccio “due casse del pescato del giorno”. Si incammina verso la Buvette dove lo attende un caffè preparato da Cascade. Il posto odora ancora di alcol e lacrime della sera prima. “Coco e Cascade hanno compreso reciprocamente la virtù che la disperazione può offrire. Al di là del perche’, la loro vita si liberava da domande inutili e si organizzava in gesti semplici. e nel silenzio. Molto rapidamente, questo viene sostituito dai passi degli escursionisti, che respingono le feste estive sulla spiaggia “A più tardi sulla solitudine dell’esistenza e sui suoi punti ciechi”. Quello ricercato da Line, 18 anni, accusato ingiustamente di aver propagato l’incendio nel torrente. Vuole fuggire lontano dal mare. Rémi Baille non ha mai staccato gli occhi dal Mediterraneo, né da Tolone, sua città natale, né da Beirut, suo porto di origine per alcuni mesi. L’ha creata lui “con l’uso di tutte le sue forze. E in ogni caso” il suo primo romanzo. CG-D.

Mina Loy, Isola

Tradotto dall’inglese e presentato da Olivier Apert, Nous, 224 pp., €24.

“Isola” non è un errore di battitura per “incel”, quella parola per “celibi involontari” mascolinisti. Ma potrebbe. Scritto negli anni ’30, questo “ritratto dell’artista come un teschio”, come indica il sottotitolo, racconta come la signora Jones si ritrova con il peso mentale di un uomo “inutile” Chi, “secondo la sua natura, galleggiava leggero sulla superficie del coma.” Come è arrivata lì? Inavvertitamente, avendo indossato “una concentrazione necessaria su ciò che non interessa – e che rappresenta il maggiore degrado delle donne”. Conosciuta come poetessa, Mina Loy (1882-1966) fu anche una grande artista visiva. Isola segue un’intervista del 1965: “Non ho mai […] ho parlato del mio modo di scrivere in termini di moderno o contemporaneo. Ho vissuto dentro – ho imparato tutto da una vita passata.” E.L.

Artem Chapeye,

La gente comune non porta mitragliatrici

Tradotto dall’ucraino da Iryna Dmytrychyn. Bayard, 160 pp., 19€.

Artem Chapeye giornalista, scrittore, traduttore, si è arruolato volontariamente nell’esercito ucraino da “l’invasione delle tenebre”. Pacifista convinto, l’autore ha visto da allora modificarsi la sua visione del mondo. Si allontanò dagli amici che non volevano litigare e “teorizzato attorno a temi geopolitici, il privilegio di individui sicuri”. Per lui, “in tempo di guerra bisogna combattere, non c’è altra scelta altrimenti si oscilla tra il dovere e la colpa”. “Facciamo quello che dobbiamo fare” anche se resta il senso di colpa di non essere con la famiglia, di non combattere in prima linea, di scrivere della guerra perché è come “mettere la sofferenza nel testo”. La sua storia è quella di un uomo che vede la guerra trasformarsi e rivelare esseri, a volte in meglio, come questi soldati che diventano “più morbido” e chi abbandona il superfluo per accedere all’essenziale. N / A

Poesia

Catherine Bernard, Lambrusque

Les Ateliers d’Argol, 215 pp., €19.

Catherine Bernard, viticoltrice della Linguadoca, autrice ed ex giornalista presso Pubblicazione, pubblica libri belli e illuminati sul mondo contadino, sullo stato dei terreni agricoli e sul mondo che esso riflette. In Lambrusco, Con il suo ultimo lavoro pubblicato da Ateliers d’Argol, si avventura in una nuova forma: quella del canto poetico, in omaggio a Virgilio. Catherine Bernard intreccia la storia accademica di lambrusca, la vite selvatica e il modo in cui abbiamo continuato ad addomesticarla per le nostre esigenze agricole. L’osservazione, al tempo stesso triste e incantata, dei paesaggi ben ordinati intorno a lei suscita in lei un desiderio di rewilding, il tutto scritto con grande modestia. Chi siamo noi, piccoli esseri perduti nell’universo, per permetterci di voler controllare tutto in questo modo? Il libro si chiude con un’utopia, quella di un giardino paradisiaco che ricorda gli ultimi versi del Divina Commedia. E-MAIL

Prove

Maria Grande,

Geografia dell’amore. Un’altra storia del Buon Samaritano

Cervo, 146 pp., €16.

È vero che, dell’amore, raccontiamo soprattutto le storie – talvolta anche la storia, almeno delle sue rappresentazioni – che nascono, che durano, poco, molto, che cessano, per richiami d’altrove o per usura. La domanda: mi ami ancora?, mi amerai sempre? – è sempre quello del tempo, da qui le “storie d’amore”. Ma ha a che fare con lo spazio e la distanza, che a prima vista sembrano renderlo opaco (lontano dagli occhi, lontano dal cuore)? Potrebbe esserci una geografia dell’amore o, in altre parole, un’estensione infinita dell’amore che ce la farebbe “amare tutti” ? Viene dal dipinto di Rembrandt, Il Buon Samaritano, dell’apologo del pastore dei Vangeli alla ricerca della pecora smarrita (ma allora chi custodisce il gregge?), e della figura di l’albergatore (chi cura, istruisce, accoglie, ospita, protegge, ecc., nella scuola, negli ospedali, nelle istituzioni di giustizia, ecc.) che Marie Grand, professoressa associata di filosofia, docente ed editorialista presso la Croce, stabilisce con grande sfumatura e delicatezza, una sorta di “cadasta d’amore” O “mappatura della beneficenza” (charis = amore disinteressato), esplorando due strade: quella che porta ad essere vicino a chiunque, quella “ama ogni uomo” (il buon Samaritano), e colui che ci fa “amare tutti gli uomini”, IL “servire ovunque allo stesso tempo” (l’albergatore). Questi due percorsi convergono sempre? RM

Collettivo, Parole che parlano di filantropia

Odile Jacob, 272 pp., 20€.

La filantropia non ha più la buona stampa che aveva nel XIX secolo. È vero che la nozione è ambigua, divorata dai pregiudizi che l’hanno parassitata, o coperta dall’ombra di nozioni vicine: è dono, dedizione, altruismo, mecenatismo, carità (che consacrerebbe nella sua povertà colui o chi lo riceve?), l’amore (ma l’amore riguarda una persona: come si potrebbe amare, Fileina, “Uomo” in generale, anthropos)? Invece di dire di cosa si tratta, in sostanza, forse è più semplice elencare le parole e i concetti che, in un certo modo, se non definitivamente, dicono qualcosa di esso, per analogia, apparenza, approssimazione, parentela… Questo è l’approccio intrapreso da i registi di quest’opera (Perrine Simon-Nahum, Arthur Gautier, Isabelle Gougenheim…) e i suoi coautori (filosofi, scrittori, giornalisti, linguisti…), che disegnano come un arcipelago di filantropia e circolano tra i suoi cento isolotti: Amicizia, Gentilezza, Empatia, Coesione sociale, Democrazia, Impegno, Solidarietà, Utilità pubblica, Comune/i, Volontariato, Patrimonio, Umanesimo… RM

François Carrel, Affari dell’Himalaya. Cosa abbiamo fatto con gli 8.000?

Guérin/Paulsen, 158 pp., 22€.

Nel 1923, quando gli fu chiesto il motivo della scalata dell’Everest, George Mallory rispose con irritazione “perché è lì”. Una risposta leggendaria. Cento anni dopo, alla stessa domanda, è probabile che la risposta sia ora: “perché sono qui”.Perché nell’ultimo secolo è cambiato quasi tutto nella pratica dell’alta montagna. Reti sociali onnipresenti, spedizioni commerciali al servizio di neofiti ricchissimi, uso sistematico dell’ossigeno, corde fisse installate da eserciti di sherpa, avvicinamenti con elicotteri, campi in alta quota attrezzati come moderne città… Dove una volta ci volevano decenni per scalare i quattordici giganti del pianeta, sono bastati solo sei mesi per Nirmal Purja, eroe e simbolo di questo nuovo alpinismo “industriale” in cui le agenzie nepalesi hanno soppiantato le spedizioni occidentali. Un’inchiesta del nostro corrispondente da Grenoble, anche lui alpinista e grande conoscitore dell’Himalaya. FD

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