“Ridurre la letteratura a intrattenimento è un programma politico”

“Ridurre la letteratura a intrattenimento è un programma politico”
“Ridurre la letteratura a intrattenimento è un programma politico”
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Poteri dell’arte o Lancia di Telephe / Bertrand Leclair, edizioni MF / 215 pagine, 18 euro.

La materia prima dello scrittore non sono le idee, i temi o le grandi storie, ma il linguaggio. Fin dal suo primo libro, L’industria della consolazione (Verticales, 1998.), Bertrand Leclair continua a diffondere questo respiro che lo rivitalizza, scuotendo il linguaggio morto delle rappresentazioni accettate. Alternando romanzi e saggi letterari, ora pubblica un libro che misura cosa significa la letteratura come arte (e non come oggetto di consumo culturale). In un’epoca in cui in letteratura si sente costantemente parlare di disertori di classe, in cui basterebbe scrivere un “romanzo sociale” per impegnarsi, Poteri dell’arte o la Lancia di Telephe è molto più inquietante, ma anche motivo di gioia. Incontro con il suo autore.

Il tuo libro è l’emanazione di una riflessione che porti avanti in un seminario che affronta il tema della letteratura “in quanto è una pratica artistica”. Come sei passato da questo workshop a questo libro?

Ho avuto la possibilità, infatti, da diversi anni, di condurre un seminario informale il cui scopo è quello di mettere in discussione la pratica della scrittura e della lettura per non insegnare nulla, ma trasmettere quanto ho imparato sulla pratica letteraria come esperienza. Più che di riflessione, però, preferisco parlare di pensiero: questo pensiero che vuole restare sempre in movimento è all’origine di questo seminario tanto quanto vi trova un’accoglienza dove dispiegarsi nello scambio, fosse brancolare.

Una delle tesi principali del libro si basa sulla distinzione che fai tra due nozioni spesso confuse, conoscenza e conoscenza, la seconda che ti appare più fruttuosa della prima. Per quello ?

Non do priorità al sapere e al sapere, che ovviamente sono collegati, ma mi sforzo di mostrare che possono anche essere contraddittori. La conoscenza ha una necessità sociale, la conoscenza una necessità vitale la cui ricerca è al fondamento stesso del gesto artistico – conoscenza e conoscenza formano così una dicotomia che associo per chiarirla con altre dicotomie, una delle quali può essere utilizzata qui ad esempio: potere e Potrebbe. Il potere emana sempre da una forma di potere nel momento in cui si impone, ma molto rapidamente, sapendo che il proprio potere è destinato al declino, cerca di consolidarsi per incanalare altre fonti di potere al suo servizio.

La conoscenza sta alla conoscenza come il potere sta al potere.

La conoscenza sta alla conoscenza come il potere sta al potere. Nessuno può accumulare conoscenza a meno che non la congeli nella conoscenza. E tutta la conoscenza che si costituisce ha una tendenza meccanica a diffidare degli impulsi della conoscenza che minacciano di “disorganizzare” il suo ordinamento scientifico. La sclerosi attende lui e noi, quindi. L’arte, al contrario, non smette mai di avventurarsi ai margini dell’ignoranza collettiva, questo parco giochi dell’artista, ed è ciò che la rende un percorso di accesso a una specifica forma di conoscenza.

Niente si ferma, niente permette che questa conoscenza venga congelata o accumulata, nel perpetuo presente che è il mondo: è fluida, scorre tra le nostre parole come l’acqua tra le dita, e per di più nasce dalla sete. Da qui l’importanza fondamentale della forma nell’arte, che è sapere ciò che la bottiglia è per l’acqua – salvo che è sempre da reinventare, essendo contenuto e contenitore inseparabili.

In questo libro, attraversi nuovamente Proust e Alla ricerca del tempo perdutomentre il tuo tentativo precedente, Il treno di Proust (2), gli fu interamente dedicato. Cosa c’è in lui che illumina particolarmente il tuo punto?

L’opera di Proust è una delle rare opere veramente inesauribili, come quella di Shakespeare. Pur essendo esente da ogni forma di credo religioso, la millefoglie monumentale che sia Alla ricerca del tempo perdutoche Proust giudicava “più onesto e più delicato” non al titolo “Alla ricerca della verità”è fondamentalmente un libro iniziatico.




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Contemporanea a quelle di Nietzsche e Rimbaud, la sua opera opera una rivoluzione nell’ordine della rappresentazione per reinventare la vita spirituale: dando, come egli ripete, preminenza alla “istinto” nel gesto artistico più che nell’intelligenza, che sola, però, è capace di concedere “l’istinto è la corona suprema che gli appartiene”egli dimostra che non si tratta più, nelle rovine della religione che ha plasmato i nostri modi di essere, di ascendere alla verità, ma piuttosto di scavare per discendervi nel quadro delle rappresentazioni comuni fissate dalla ragione e dalle abitudini, egli dice: scendere verticalmente dal tempo cronologico in cui si svolgono le nostre esistenze, questo tempo orizzontale che è esso stesso solo una rappresentazione accettata da tutti perché essenziale al nostro funzionamento sociale.

Nel deserto spirituale che è nostro, Ricerca di Proust è un’opera originale.

La ricerca testimonia proprio la capacità dei poteri dell’arte di rivelare, anche se solo per attimi, “la vita vera”, che non è altro che un’accurata percezione della vita più materiale, una volta liberata dalle rappresentazioni ordinarie, comoda nell’essere stereotipata: una verità fugace, sfuggente alla ragione psicologica, ma perennemente attiva. Ecco perché La ricerca apre una nuova strada alla gioia, una gioia, scrive Proust, e bisogna sentirla davvero, “come una certezza, sufficiente e senza altra prova per rendermi indifferente la morte”. Nel deserto spirituale che è il nostro, dove certi giorni il mondo sopraffatto dall’ansia sembra sul punto di perdere coscienza mentre noi perdiamo coscienza, Ricerca è un’opera originale.

Te ne pentirail’assenza di una dimensione spirituale nelle nostre società» è un fatto indiscutibile, pur non piangendo il crollo della religione. A cosa siamo (noi) chiusi?

Sarebbe un eufemismo dire che non rimpiango in alcun modo il crollo della religione in Occidente, se rimpiango la nostra mancanza di entusiasmo nell’utilizzare la libertà di conoscenza che ne sarebbe dovuta derivare, una volta eliminati i divieti che caratterizzavano il campo religioso. sollevato. Non conosco una definizione di religione migliore di quella proposta da Roger Caillois all’epoca in cui, molto vicino a Georges Bataille, scriveva L’uomo e il sacro (1939) nell’angoscia della guerra imminente: la religione è amministrazione del sacro, in ogni senso della parola, sia che si tratti di somministrare un organismo o di una pozione accuratamente dosata.




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Il momento infinitamente gioioso dell’Illuminazione, che corrisponde al crollo dell’ “il manicomio dell’ignoranza” che la religione è, secondo Spinoza, non ci ha però in alcun modo liberato da ciò che essa pretendeva di gestire giorno dopo giorno: l’ignoranza del futuro, e di tutto ciò che tocca i misteri dell’origine e della fine, o della finalità, sia quella della ogni persona o quella dell’universo.

Scrivi nelle prime pagine che “la questione di questo piccolo trattato è profondamente politica“. In che senso lo è?

Non c’è nulla di insignificante nell’avverbio qui. Esiste qualcosa di più profondamente politico che portare il gioco del pensiero al centro del sistema di rappresentazioni che intreccia la nostra realtà comune, un sistema di rappresentazioni che allo stesso tempo ci permette di comprendere il mondo e isola l’animale parlante che è l’uomo da la realtà? Ridurre la letteratura a intrattenimento, ignorare l’ignoranza per affermare il sapere e altrettanto rapidamente il potere, questi sono, consapevolmente o meno, programmi politici. Non cedere è altrettanto politico, anche se saremmo lontani dall’impegno sartriano, necessario alla fine della collaborazione.

L’etimologia ci invita a scoprire fino a che punto il linguaggio nei suoi misteri sappia molto più di noi su noi che pretendiamo di farlo nostro.

Sto facendo progressi in questo libro, e non è o non è solo uno scherzo, quello “La letteratura è vento”: il vento che sperimentiamo, leggendo, scrivendo, a volte, che non si può decretare, che sparge il polline e disperde le ceneri, questo vento è lì, in una forma o nell’altra, in ogni pagina viva, irriducibile a un sapere o a una una tecnica, dando nuova vita al linguaggio comune. Il vento disturba ma è essenziale per la vita, e se raramente contribuisce a un ordine ben compreso, ci dona letteralmente aria.




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Ricorri molto spesso all’etimologia delle parole, e lo fai fin dai tuoi primi libri. È questo un modo per risalire al significato delle parole, prima che queste siano fissate nell’uso, se non addirittura abusate?

L’etimologia ci invita quindi ad approfondire la fonte delle rappresentazioni dominanti e a scoprire fino a che punto il linguaggio nei suoi misteri sappia molto più di noi su noi che pretendiamo di farlo nostro. Non conosco un trattato sulla saggezza più gioiosamente lucido di quello davvero straordinario Robert storia della lingua francese. Ci si perde lì, come in un bosco, nel fitto dei significanti, alla ricerca di radure dove risplende la luce – così, esempio tra mille, della famiglia risultante dal verbo latino leggerache dava “leggere”, certo, ma anche e tra gli altri “pick” (leggere è scegliere con gli occhi), “eleggere”, “neglettere” e il suo opposto, “intelliger”, un verbo che esisteva in francese ed è gravemente carente.




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Ripeti spesso quello che hai appena detto riformulandolo con altre parole, altre immagini. Poi scrivi: “Per dirla in altro modo…” È solo per scopi didattici?

Non è tanto un modo per ribadire il concetto quanto piuttosto per supportare, illuminare una formulazione di punti di vista diversi, quando ciò che vogliamo trasmettere ha sempre più sfaccettature. Forse una discutibile propensione verso una forma di cubismo educativo…

Ripensi al tuo viaggio di scrittura. Hai questa frase davvero sorprendente sui tuoi inizi: “Scrivere era innanzitutto, insomma, spogliarsi, anche se significava stracciarli, delle frasi e dei pensieri che altri ci hanno appiccicato addosso fin dall’infanzia, attraverso il loro sguardo, i loro giudizi, i modi di pensiero che impongono senza la loro conoscenza o meno, con l’aiuto di divieti che rimandano ciascuno ad una colpa tanto più colpevolizzante in quanto non si sa che è così comune. » Oggi diresti che la scrittura sia stata per te un felice percorso di emancipazione?

Sarebbe pretenzioso! Tutto è sempre da rifare, perché nulla ferma la conoscenza, che possiamo tuttavia testimoniare, nelle bottiglie in mare che sono le opere. Quello che direi piuttosto ribalta la tua domanda per invitare a una necessità: ho molte difficoltà a capire come lo facciano le persone che sembrano non avere altro rapporto con l’arte se non l’intrattenimento. Insomma, non riesco a immaginare come il pensiero possa vivere senza ossigeno; solo pensarci mi strangola.

Insomma, non riesco a immaginare come il pensiero possa vivere senza ossigeno; solo pensarci mi strangola.

Scrivi un libro di riflessione, basato sulla ragione – parli anche di “parola d’autorità» – mentre denunciate il monopolio concesso alla conoscenza. Come uscire da questo paradosso?

Questo è senza dubbio il mio tropismo critico, cioè politico: il desiderio di far esistere nell’universo sociale la dimensione artistica della nostra vita che questo universo vuole ignorare… Menziono più volte questo paradosso. Detto questo, quello che mi interessa è condividere un viaggio attraverso le terre del sapere; riferirsi al sapere o a una posizione di autorità sarebbe un fallimento – a meno che la parola “autore” non venga restituita alla sua profondità etimologica: l’autore diventa allora un “garante”, né più né meno, un garante della vita nella lingua , questo linguaggio che è mio e di tutti, che ci condiziona tanto quanto ci stupisce.

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