L’Algeria rafforza la presa di sicurezza sulla libertà di espressione

L’Algeria rafforza la presa di sicurezza sulla libertà di espressione
L’Algeria rafforza la presa di sicurezza sulla libertà di espressione
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Adottata nel dicembre 2020, la Costituzione algerina garantisce formalmente la libertà della stampa scritta, audiovisiva ed elettronica. Tuttavia, da quando l’Hirak ha esaurito le forze, una serie di leggi repressive sono state promulgate nel 2021, 2023 e, più recentemente, alla fine di aprile 2024, erodendo di fatto qualsiasi forma di libertà di espressione nel paese.

Queste limitano il diritto alla libertà di espressione dei giornalisti e dei media, ma anche quello degli oppositori algerini e contengono diverse disposizioni preoccupanti. Algeri, nel 2024, sembra aver preso una svolta audace – e preoccupante – con l’adozione di leggi che potrebbero far impallidire i più grandi romanzieri distopici.

In una vertiginosa spirale discendente, l’Algeria ha appena scolpito nella pietra della sua Gazzetta Ufficiale disposizioni che potrebbero ancora far rabbrividire i difensori dei diritti umani più incalliti. Questi testi, pubblicati nell’ultima edizione, introducono modifiche al codice penale che ridefiniscono il tradimento e il terrorismo per comprendere quasi ogni forma di protesta.

Immagina un regime in cui criticare l’economia o rivelare appalti discutibili potrebbe farti guadagnare l’etichetta di traditore della nazione. E non a caso l’articolo 63 bis, ad esempio, prevede l’ergastolo per chiunque “divulghi informazioni o documenti riservati” relativi alla sicurezza, alla difesa o all’economia nazionale ad “agenti stranieri”. Ma la vaghezza artistica con cui vengono definite le nozioni di “sicurezza” ed “economia nazionale” apre una porta spalancata all’arbitrarietà.

Ancor di più, il legislatore algerino, in un impeto di protezionismo esacerbato, sembra confondere opposizione politica e atti di terrorismo. L’articolo 87 bis, ridefinito dal 2021, trasforma la critica politica in un atto quasi terroristico, assimilando qualsiasi forma di protesta a una minaccia contro la sicurezza dello Stato. Un modo efficace, certamente, per nascondere i dibattiti sotto il tappeto, sottolineando la tutela della nazione.

In questa grande orchestrazione legislativa, ogni nuova legge appare come un ulteriore colpo di martello sulla bara della libertà di espressione. L’obiettivo sembra chiaro: mettere a tacere il dissenso, soffocare la libertà di stampa e trasformare gli informatori in nemici dello Stato. Nell’era dell’informazione, dove la trasparenza è spesso vista come un pilastro della democrazia, queste iniziative appaiono non solo controproducenti, ma pericolosamente regressive.

Insomma, con queste nuove leggi, l’Algeria potrebbe trasformarsi in un teatro in cui la critica diventa un rischio e la verità un lusso. Difensori dei diritti umani, giornalisti e cittadini impegnati si trovano quindi di fronte a un tragico dilemma: restare in silenzio o rischiare la prigione. Una scelta che, in ogni regime che si rispetti, non dovrebbe mai esistere.

Questi testi, per la loro calcolata ambiguità, sembrano usciti da una cassetta degli attrezzi per apprendisti dittatori. Potrebbero non solo trasformare i giornalisti in prigionieri, ma anche trasformare gli informatori in eretici da reprimere. Chi avrebbe mai pensato che nel 2024 condividere informazioni potesse diventare un atto di alto tradimento? Ogni articolo di legge sembra concepito per soffocare ulteriormente la libertà di espressione, confondendo allegramente la sicurezza nazionale con la semplice critica al governo.

Con il pretesto di lotta al terrorismo e di tutela dell’economia, il regime dei capi di Algeri adotta un ventaglio di leggi che assimilano ogni protesta ad un atto criminale. In un batter d’occhio, l’attivismo e il giornalismo investigativo potrebbero ritrovarsi stigmatizzati come imprese quasi terroristiche.

In questo grande teatro dell’assurdo, dove la critica diventa tradimento, assistiamo non alla protezione, ma all’asfissia della società civile da parte di leggi kafkiane che potrebbero farci sorridere se non fossero così tragicamente reali. A est dell’Eden, il regime dei due seniles di Algeri, con un’esplosione di lungimiranza senza precedenti, propone leggi per regolamentare la libertà di espressione. È un’iniziativa che perfino George Orwell avrebbe trovato un po’ troppo audace per poterla inserire nelle sue opere.

Queste nuove leggi, un vero capolavoro di restrizione, potrebbero trasformare il panorama mediatico algerino in un incantevole giardino dove sbocciano solo i fiori approvati dallo Stato. Con la scusa di proteggere la nazione, il potere in carica sembra determinato a imporre una rigorosa dieta mediatica ai suoi cittadini, limitando le calorie informative dannose per la loro digestione politica. La censura in Algeria è un piccolo prezzo da pagare per la pace pubblica. Ah, proteggere il popolo da se stesso, che nobile scopo!

Tra sarcasmo e amarezza, ci si potrebbe chiedere se queste leggi segneranno l’avvento di una nuova era in cui la stampa non sarà più il cane da guardia del popolo, ma il pappagallo del governo. I difensori dei diritti umani, armati di penna e di indignazione, si esprimono contro quello che vedono come un attacco alle libertà fondamentali. Ma forse il potere dittatoriale militare di Algeri sa qualcosa che il resto del mondo non sa?

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