L’emozione di Rasoulof, lo shock di Hazanavicius, la bellezza di Kapadia

L’emozione di Rasoulof, lo shock di Hazanavicius, la bellezza di Kapadia
L’emozione di Rasoulof, lo shock di Hazanavicius, la bellezza di Kapadia
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Si è conclusa con il botto la competizione al 77° Festival di Cannes.

Sulla Croisette era di moda denigrare il livello della concorrenza del 77esimo Festival di Cannes. Nessuna Palma emergeva, anche se “Emilia Perez” e “Anora” primeggiavano tra le varie critiche. E poi, in rapida successione, tre film hanno mescolato le carte.

Il più atteso era senza dubbio “Il seme del fico sacro” di Mohammad Rasoulouf. Condannato a una pesante pena detentiva e costretto all’esilio in Europa, il cineasta iraniano è salito venerdì sul tappeto rosso per ricevere una standing ovation dal mondo del cinema. Se sabato vincesse la Palma d’Oro a Greta Gerwig, sarebbe doppiamente meritata: già per il coraggio nell’opporsi ai Mullah con la sua macchina da presa, poi per la qualità del suo film, che, in quasi tre ore di tensione, registra la rivoluzione delle coscienze guidata dalle donne, mescolando finzione e video clandestini. Se la storia si indebolisce un po’ nel secondo terzo, quando il cineasta applica la regola della pistola di Cechov al contesto iraniano, il risultato colpisce al cuore, alza il pugno e conferma che Rasoulof è un cineasta immenso.

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Il regista indiano Payal Kapadia ha solo 38 anni ed è diretto da “Tutto ciò che immaginiamo come luce” il suo primo film di finzione eppure già si parla di lei come della nuova Mira Nair. “All We Imagine As Light” ricorda “Salaam Bombay!” » di quest’ultimo, con lo stesso desiderio di rendere la città di Mumbai (il nuovo nome di Bombay) un personaggio a sé stante, con le sue luci e i suoi rumori incessanti. Payal Kapadia racconta anche una bellissima storia di sorellanza, tra due donne che non possono amare come vogliono: la prima è costretta a sposare un uomo partito per lavorare in Germania, la seconda, indù, vorrebbe sposare il suo fidanzato musulmano. La messa in scena, molto ispirata, ricorda il cinema del regista tailandese Apichatpong Weerasethakul.

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Infine Fabrice Leclerc vi spiega che “La merce più preziosa” di Michel Hazanavicius è un gioiello vivo, ispirato e necessario.

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