Black Berurier, Amy Winehouse, Johnny Hallyday…

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LA LISTA DEL MATTINO

Questa settimana ecco una selezione di tre libri recentemente pubblicati, un fumetto e una rivista musicale. Un’analisi sulla percezione del rap, un fumetto in bianco e nero sulla scena punk in Francia negli anni ’80, una raccolta di cronache del musicista e conduttore André Manoukian, una breve biografia dedicata alla cantante Amy Winehouse, e il numero 50 di la rivista Schnock, per uno speciale di Johnny Hallyday.

“Pensando al rap”: dalla cultura diffamata alla musica dominante

Ora ci sono una miriade di libri che raccontano la storia del rap negli Stati Uniti o in Francia. D’altronde trovare un’opera che faccia il punto su ciò che rappresenta nel 2024 o su ciò che dice oggi è più raro. È quanto suggerisce Kévin Boucaud-Victoire, 35 anni. In un centinaio di pagine, questo appassionato, direttore della sezione “Dibattiti e Idee” della rivista Marianne, analizza ciò che lui chiama a “fenomeno culturale”. O come il rap sia passato dallo status di paria allo status di dominante in dieci anni. Basa la sua dimostrazione non solo sulle migliori vendite di album degli ultimi anni stabilite dall’Unione Nazionale delle Edizioni Fonografiche (SNEP), ma anche sulla propria esperienza.

Nel giugno del 2003, quando era scolaro nella Val-d’Oise, il futuro giornalista fece sobbalzare il suo insegnante di musica facendogli ascoltare Tempo scaduto di Booba o Per coloro della mafia K’1 Fry. Quasi quindici anni dopo, è professore a contratto di economia e scienze sociali al Lycée Voltaire, a Parigi XI.ee note : “La diversità sociale c’è, ma c’è poca diversità musicale: il rap schiaccia tutto. Prima con gli studenti… poi in aula docenti. » Da lì, il giornalista riassume la storia della cultura hip-hop in Francia (certamente con alcune approssimazioni, dato che il gruppo di ballo Aktuel non è stato creato da Kool Shen e Joey Starr), raccoglie, tra l’altro, i migliori scritti del sociologo Karim Hammou o la storica Bénédicte Delorme-Montini.

Cita soprattutto i testi di rapper come Despo Rutti, Josman, Kaaris, Hugo TSR per evidenziare le loro contraddizioni sul capitalismo, ad esempio. E non evita nessun argomento arrabbiato, come l’antisemitismo di Freeze Corleone o il rifiuto della teoria del genere da parte di artisti come Dosseh o Lacrim. La conclusione, però, lascia desiderare di più: il rap avrebbe un destino più vicino al rock che a quello del pop. Peccato in questo caso non aver citato Casey, uno degli artisti che pensa di più al rap. St.B.

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